Reflect Orbital simula la “luce solare a richiesta” in California senza avvisare astronomi ed enti competenti
Il 10 ottobre la startup che vuole portare in orbita decine di migliaia di specchi ha acceso potenti fari sulle montagne vicino a Lone Pine per simulare il proprio servizio. Né la comunità astronomica né il Bureau of Land Management ne erano al corrente, e i numeri dello studio di Princeton sul progetto spiegano perché per noi astrofotografi non è soltanto una questione di principio.
Cosa è successo
Reflect Orbital, società californiana che promuove il cosiddetto “sunlight as a service”, ha condotto la sera del 10 ottobre un test dimostrativo nella contea di Inyo, nella zona di Lone Pine ai piedi del Monte Whitney. Non avendo ancora satelliti in orbita, l’azienda ha usato grandi fari puntati sul terreno montuoso, installati lungo la Horseshoe Meadows Road, per riprodurre l’effetto del fascio riflesso dallo spazio. Come riporta Sky & Telescope in un articolo di Hannah Richter del 26 ottobre, all’esercitazione hanno partecipato due gruppi volontari di soccorso, il China Lake Mountain Rescue Group e l’Inyo County Search and Rescue, impegnati in ricerche a griglia e trasporto di barelle sotto la luce artificiale.
Il punto critico è la trasparenza. Gli astronomi, compreso Gaspar Bakos di Princeton che da mesi studia il progetto, non ne sapevano nulla. Secondo Sky & Telescope il terreno ricadeva probabilmente sotto la competenza del BLM, che via email ha dichiarato di non essere stato informato né consultato, rimandando all’Inyo National Forest, che gestisce la strada su cui erano installati i fari. Anche l’amministrazione della contea sembrava in gran parte all’oscuro. In Italia la vicenda era già stata segnalata il 21 ottobre da Astronomia.com, sulla base dei resoconti del San Francisco Chronicle e di SpaceWeather sulle luci avvistate dai residenti.
Il progetto e i numeri dello studio
Il piano dichiarato dall’azienda prevede circa 50.000 satelliti a circa 625 km di quota, con specchi che si dispiegano in orbita e riflettono la luce solare verso il lato notturno della Terra in un fascio largo circa 5 km. Ogni satellite illuminerebbe il bersaglio per pochi minuti a passaggio, e il sito di Reflect Orbital promette un’intensità regolabile fra la luce del mezzogiorno e quella lunare, con la possibilità di escludere aree sensibili come gli osservatori. Il primo passo è EARENDIL-1, satellite dimostrativo con uno specchio di 18 x 18 metri, mentre la costellazione finale userebbe specchi da 54 metri.
Proprio sugli specchi più grandi si concentra lo studio di Miroslav Kocifaj, Gáspár Bakos e František Kundracik, pubblicato su arXiv ad agosto e accettato da Astrophysical Journal Letters. Il lavoro modella la diffusione Rayleigh e da aerosol del fascio in atmosfera insieme alla luce rinviata dal terreno illuminato. Secondo gli autori, un singolo satellite altera l’ambiente notturno fino a circa 30 km di distanza. Per chi si trova dentro il fascio, lo specchio da 54 metri appare come una sorgente puntiforme di magnitudine -16,7, circa 4 magnitudini più brillante della Luna piena, con un cielo diffuso simile al crepuscolo poco dopo il tramonto. A 14 km dal centro del fascio il bagliore supera ancora la luminanza del cielo di Luna piena sulla maggior parte della volta, e con 400 specchi puntati sulla stessa area sarebbe evidente sull’orizzonte fino a circa 80 km. Per EARENDIL-1 i valori vanno ridimensionati: lo stesso studio ricorda che lo specchio da 18 metri riflette un nono della luce di quello da 54.
C’è poi la sicurezza visiva. Nelle comunicazioni dell’American Astronomical Society alla FCC si legge che la stessa Reflect Orbital, in una nota della propria replica ai commenti, ha riconosciuto un rischio di danno oculare per chi osservasse EARENDIL-1 con un telescopio di apertura superiore a 12 pollici.
Impatto per gli astrofotografi
Le considerazioni che seguono sono una nostra elaborazione tecnica dei dati pubblicati, non risultati delle fonti. Un fondo cielo paragonabile a quello di Luna piena a 14 km dal bersaglio significa che un sito di classe Bortle 2-3 potrebbe trovarsi, per qualche minuto e senza preavviso, in condizioni da notte lunare. Nei singoli frame questo si tradurrebbe in un fondo che sale bruscamente e in un gradiente orientato verso il fascio, diverso da un sub all’altro: proprio il tipo di gradiente variabile che gli strumenti di rimozione gestiscono peggio, perché non si comporta come una componente stabile dell’integrazione. Le pose lunghe in narrowband, dove contiamo su un fondo molto basso per far emergere segnali deboli, sarebbero le più esposte, e la difesa passerebbe da scheduling accurato e rejection aggressiva dei frame contaminati.
Anche la soglia dei 12 pollici ci riguarda da vicino: Dobson, Newton e RC di quella classe sono strumenti diffusi fra gli amatori, e l’osservazione all’oculare durante puntamento e messa a fuoco resta una pratica comune.
Il test di Lone Pine pone infine una domanda che va oltre l’astronomia: se una dimostrazione a terra si è svolta senza che l’ente federale interpellato ne fosse informato, resta da capire come verrebbero comunicati i futuri passaggi orbitali. Il prossimo appuntamento da seguire è il lancio di EARENDIL-1, il primo momento in cui misure reali potranno confermare o ridimensionare le stime del modello e in cui capiremo se le promesse di esclusione riguarderanno solo i grandi osservatori o anche i siti frequentati da noi amatori.
Fonti
Princeton University – Scheda della pubblicazione su Astrophysical Journal Letters
American Astronomical Society – Comunicazione ex parte alla FCC su EARENDIL-1
