Un astrofotografo UAI firma l’APOD NASA: la M83 di Aldo Zanetti
L’Astronomy Picture of the Day dell’11 settembre 2026 porta la firma di Aldo Zanetti, referente della Sezione Astrofotografia dell’Unione Astrofili Italiani. L’immagine della Girandola del Sud nasce dall’integrazione di tre sessioni separate da due anni di distanza, riprese con tre telescopi diversi da tre cieli diversi: il cortile di casa a Modena, l’astrocampo di Manciano e un remoto da un metro nel deserto di Atacama.
Cosa è successo
Il 11 settembre 2026 l’APOD della NASA – da poco migrato dal vecchio dominio apod.nasa.gov alla nuova collocazione su science.nasa.gov – ha pubblicato una M83 firmata dal modenese Aldo Zanetti, classe 1956. La scelta è stata curata dal team editoriale del progetto, di cui fanno parte Jerry Bonnell e Robert Nemiroff. Zanetti, laureato in astronomia a Bologna nel 1979 e poi assorbito per decenni da una carriera dirigenziale nell’informatica, è tornato all’osservazione dopo la pensione ed è oggi referente della Sezione Astrofotografia dell’UAI.
Al di là della soddisfazione per la community italiana, la notizia interessa chi fa deep sky per un motivo molto concreto: nell’intervista rilasciata a MEDIA INAF, Zanetti ha documentato con precisione come l’immagine è stata costruita. Ed è un workflow che vale la pena guardare da vicino.
Tre strumenti, tre cieli, una sola integrazione
La prima serie di acquisizioni risale al 2023: Schmidt-Cassegrain da 9.25 pollici e camera APS-C a colori, ripresa dalla periferia di Modena. Nel 2025 si aggiunge una seconda sessione dall’astrocampo di Manciano, questa volta con un Ritchey-Chrétien da 12 pollici e una APS-C monocromatica con filtri LRGB e Hα. Infine arrivano i frame acquisiti in remoto dal Cile, con un Ritchey-Chrétien da un metro, un CCD FLI 16803 e filtri RGB, Hα e OIII, all’interno di un accesso condiviso con lo Shara Team, un gruppo internazionale di astrofotografi.
Zanetti stesso legge questa stratificazione come il diario della propria evoluzione strumentale: dalla OSC alla monocromatica, dal telescopio in cortile al remoto italiano, fino allo strumento semi-professionale sotto uno dei cieli più bui del pianeta. Ed è esattamente il punto che rende il caso istruttivo. Non si tratta di un progetto pianificato a tavolino su tre siti, ma di un archivio personale cresciuto nel tempo e recuperato a posteriori.
Sul piano tecnico – e qui entriamo in considerazioni nostre, non dichiarate dall’autore – un’integrazione del genere pone problemi che chiunque abbia provato a fondere dati eterogenei conosce bene. Le tre configurazioni hanno scale di campionamento e risoluzioni angolari molto diverse: riallineare i dataset significa necessariamente ricampionare verso una griglia comune e accettare che il contributo di ciascuna sorgente sia disomogeneo in dettaglio. Cambia la risposta spettrale fra sensore a colori con matrice di Bayer e monocromatico filtrato, il che rende la calibrazione cromatica un passaggio delicato se si vuole evitare che l’immagine finale risulti “cucita”. E i dati Hα e OIII del set cileno, non disponibili nelle altre sessioni, vanno miscelati con criterio per non alterare il rapporto fra regioni HII e continuo stellare. Il fatto che il risultato sia stato descritto come naturale nei colori suggerisce che la fusione sia stata gestita per somma di segnale coerente e non per semplice sovrapposizione di layer.
Perché M83 è un bersaglio difficile dall’Italia
La Girandola del Sud si trova nell’Idra, a circa dodici milioni di anni luce secondo il testo pubblicato dall’APOD, ed è larga circa quarantamila anni luce. Dalle nostre latitudini è bassa: da Modena, spiega Zanetti, non supera i 15 gradi di elevazione, e la finestra utile si concentra in giugno, quando le notti sono le più corte dell’anno. La combinazione è punitiva – poco tempo di buio, forte massa d’aria, estinzione atmosferica marcata e dispersione cromatica differenziale che degrada la PSF proprio sulle componenti blu.
Questo spiega la logica del progetto meglio di qualsiasi considerazione estetica. Il segnale accumulato da Modena, per quanto limitato, non viene buttato: viene integrato con dati ripresi in condizioni progressivamente migliori, fino al sito australe dove M83 transita alta e il problema semplicemente non si pone. È l’opposto della logica “riparto da zero con l’attrezzatura nuova” che molti di noi applicano per abitudine.
La ricaduta pratica
Il messaggio operativo è che gli archivi vecchi non sono materiale morto. Frame ripresi anni fa con strumenti oggi superati possono contribuire a un’immagine pubblicabile, a patto di conservarli con calibrazioni e metadati in ordine. È una pratica che richiede disciplina di archiviazione più che attrezzatura, e che diventa particolarmente sensata sugli oggetti stagionali o mal posizionati, dove il tempo di integrazione ottenibile in una singola annata è strutturalmente insufficiente.
Interessante anche la lettura che Zanetti dà della selezione: secondo lui può aver pesato il fatto che l’immagine venga da un amatore, come dimostrazione di cosa sia ottenibile da terra con strumentazione non professionale. Sul fronte associativo, il referente UAI segnala inoltre che nei primi sette mesi del 2026 la sezione ha organizzato una quindicina di serate online con oltre 650 partecipanti complessivi, e che una nuova serie parte in ottobre. Fra i temi in agenda c’è quello degli smart telescope, su cui l’UAI dichiara di voler fare chiarezza riguardo a vantaggi reali e limiti intrinseci di aperture comprese fra tre e sette centimetri: un dibattito che nei prossimi mesi vale la pena seguire.
Fonti
MEDIA INAF – Va alla M83 di Aldo Zanetti la Apod di oggi
UAI – Aldo Zanetti ha conquistato l’APOD NASA di oggi
NASA APOD – M83: The Southern Pinwheel (11 settembre 2026)
