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CME in arrivo con ritardo: attività geomagnetica in aumento tra l’8 e il 9 agosto

Le espulsioni di massa coronale partite dal Sole tra il 3 e il 5 agosto non hanno rispettato la tabella di marcia. Attese per la tarda serata del 7, si sono fatte sentire solo dalla mattina dell’8, con un rialzo di vento solare e campo magnetico interplanetario. La finestra utile per chi caccia aurore resta aperta fino al 9 agosto, ma con orientamento del Bz sfavorevole e attività solare ai minimi. Occasione buona, in ogni caso, per rivedere come si pianifica davvero una sessione aurorale a partire dalla mappa dell’ovale.

Cosa è successo

La sequenza è quella tipica di una fase discendente di ciclo: nessun brillamento significativo, ma una serie di eruzioni di filamento tra il 3 e il 5 agosto che hanno scagliato nello spazio diverse CME deboli e mal collimate. Il bollettino solare di EarthSky del 6 agosto ne aveva confermato la traiettoria verso Terra, indicando il 7 come data del primo arrivo e prevedendo effetti fino al 9. La previsione contava non tanto sull’energia della singola nube, quanto sull’effetto cumulativo di più impatti radenti ravvicinati, sommati al vento veloce proveniente da un buco coronale.

Il 7 agosto, però, non è successo nulla: velocità del vento solare, intensità totale del campo magnetico interplanetario e componente Bz sono rimasti su valori bassi per l’intera giornata, con indice Kp inchiodato tra 0 e 1. La svolta è arrivata verso le 6 UTC dell’8 agosto, quando tutti e tre i parametri hanno cominciato a salire, l’IMF passando da valori deboli a valori intensi. Un ritardo di circa dodici ore rispetto al modello, del tutto ordinario per CME lente originate da filamenti.

Le previsioni aggiornate di NOAA SWPC riportate da EarthSky parlano di condizioni da quiete a disturbate per l’8 agosto, con periodi attivi attorno a Kp 4 e tempeste isolate G1 (Kp 5) non escluse. I periodi attivi dovrebbero prolungarsi per tutto il 9 agosto come coda degli impatti radenti delle CME del 4 e 5, per poi rientrare verso condizioni tranquille dal 10.

Dettagli tecnici: il problema è il Bz

Vale la pena guardare i numeri con attenzione, perché raccontano una storia diversa da quella dei titoli. L’incremento dell’8 agosto ha riguardato anche il Bz, che però si è rafforzato mantenendo orientamento nord. È esattamente la configurazione che chiude la porta: senza una componente meridionale marcata la riconnessione magnetica sul lato diurno della magnetosfera resta inefficiente e il trasferimento di energia verso le regioni aurorali è modesto, indipendentemente da quanto sia intenso il campo totale.

Il confronto con il 2 agosto è istruttivo. In quell’occasione lo shock interplanetario, arrivato alle 11:29 UTC, aveva portato il vento solare da 290 a 440 km/s, la densità da 4 a 33 particelle per centimetro cubo e l’IMF fino a 22 nT, ma soprattutto aveva spinto il Bz a meno 17 nT. Risultato: tempesta G2 con Kp 6 tra le 12 e le 21 UTC e aurore visibili fino alla Scozia settentrionale e all’Inghilterra del nord. La differenza tra un evento G2 e uno da Kp 4 non sta nella nube in sé, ma nell’orientamento del suo campo magnetico all’impatto, parametro impredicibile fino al passaggio sul punto lagrangiano L1, cioè con trenta o sessanta minuti di preavviso.

Sullo sfondo, il Sole è sostanzialmente spento: nelle 24 ore precedenti l’8 agosto solo cinque brillamenti di classe B, tutti dalla regione AR4504, e nessuna nuova CME nelle immagini coronografiche. Coerente con il quadro di lungo periodo, il numero di macchie solari di luglio 2026 comunicato dalla NOAA si è fermato a 78,1, in calo rispetto ai 94,4 di giugno, contro il picco del Ciclo 25 registrato ad agosto 2024 a quota 216. L’unico elemento da tenere d’occhio è proprio AR4504, piccola ma con configurazione magnetica beta-gamma, la sola regione complessa sul disco.

Pianificare con la mappa dell’ovale aurorale

Un evento come questo è l’occasione giusta per prendere confidenza con lo strumento che conta davvero in campo, la mappa dell’ovale aurorale. La versione più comoda in italiano è quella di SpaceWeatherLive, che riporta l’output del modello OVATION Prime della NOAA con una pagina di aiuto contestuale su ogni parametro.

Conviene capire cosa si sta guardando. OVATION è un modello empirico sviluppato al Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory dal gruppo di Patrick Newell: prende in ingresso velocità del vento solare e campo magnetico interplanetario misurati a L1, a circa 1,6 milioni di chilometri dalla Terra, e ne ricava la precipitazione elettronica e protonica, quindi l’intensità e la posizione dell’ovale. Il tempo di anticipo non è una previsione in senso meteorologico, ma semplicemente il tempo di volo del plasma da L1 alla magnetosfera, tra 30 e 90 minuti a seconda della velocità del vento solare. Con vento lento a 300 km/s si sfiora l’ora e mezza, con un fronte a 700 km/s si scende sotto la mezz’ora. È il vero limite operativo di qualsiasi caccia all’aurora: nessuno può dirvi con ore di anticipo dove sarà l’ovale.

Il parametro sintetico da leggere per primo è la potenza emisferica in gigawatt, cioè l’energia totale depositata nell’atmosfera polare. SpaceWeatherLive indica che sotto i 20 GW circa l’aurora è assente o appena percepibile: è la soglia di go/no-go più affidabile, molto più del solo Kp, che è un indice a tre ore e quindi restituisce sempre una fotografia già vecchia. Sopra i 50 GW la struttura si fa visibile a occhio nudo alle alte latitudini, sopra i 100 GW l’ovale scende in modo apprezzabile verso sud.

Sulla mappa, il codice cromatico va dal verde al rosso al crescere dell’intensità prevista. Il punto che sfugge più spesso è che non serve trovarsi sotto l’ovale: la NOAA stessa ricorda che un’aurora luminosa può essere osservata anche da mille chilometri di distanza, perché le strutture si sviluppano fino a 300 e più chilometri di quota e restano quindi sopra l’orizzonte geometrico di un osservatore molto più a sud. Per noi è la condizione operativa normale, non l’eccezione: si inquadra il bordo meridionale dell’ovale basso sull’orizzonte nord, non lo zenit.

Il modello va usato sapendo dove sbaglia. Le verifiche condotte sull’implementazione operativa di OVATION Prime al Met Office britannico, confrontando le previsioni con i confini aurorali ricavati dal satellite IMAGE, danno una buona capacità di localizzazione dell’ovale nel complesso, ma con prestazioni sensibilmente peggiori nel settore diurno e, soprattutto, durante le tempeste geomagnetiche intense. Il paradosso è evidente: il modello è meno accurato proprio negli eventi che ci interessano di più, quelli in cui l’ovale scende alle medie latitudini. Tradotto in pratica, in una notte da G3 conviene fidarsi più dei dati grezzi da L1 e delle segnalazioni in tempo reale che della sagoma disegnata sulla mappa.

Un flusso di lavoro ragionevole prevede tre scale temporali. La previsione a 27 giorni, basata sulla ricorrenza dei buchi coronali con la rotazione solare, serve solo a scegliere in quale settimana prenotare un viaggio. La previsione geomagnetica a tre giorni serve a decidere se caricare l’attrezzatura in auto e a incrociare i dati con la copertura nuvolosa, che nella pratica è il fattore che affossa più uscite dell’attività solare. Il nowcast dell’ovale, con Bz e Bt aggiornati in tempo reale, serve una volta arrivati sul posto, per decidere se restare svegli. Le notifiche automatiche dell’app di SpaceWeatherLive, configurabili per soglia, coprono l’ultimo miglio, e la modalità scura evita di bruciare l’adattamento al buio ogni volta che si controlla il telefono.

Impatto per gli astrofotografi

Per chi opera dalle medie latitudini europee, Italia compresa, la ricaduta pratica di questo evento è vicina allo zero. Un Kp 4, o anche un G1 isolato, tiene l’ovale sopra la Scandinavia meridionale e la Scozia, molto lontano dai nostri orizzonti. Alla latitudine della Pianura Padana servono eventi da G3 in su per avere qualche possibilità concreta di catturare un bagliore rosso a nord, e la potenza emisferica deve stare stabilmente oltre il centinaio di gigawatt.

Il discorso cambia per chi in questi giorni si trova già in Scandinavia, Islanda, Scozia o Canada. Lì una notte a Kp 4 vale il tentativo, tenendo presenti due limiti stagionali: il crepuscolo astronomico praticamente assente sopra il 60esimo parallelo a inizio agosto, e il fatto che la fase più produttiva dell’ovale coincida con le ore attorno alla mezzanotte magnetica. La Luna, dal canto suo, non disturba: siamo a pochi giorni dal novilunio del 12 agosto, quello dell’eclissi totale, quindi il fondo cielo resta scuro.

Sul piano dell’attrezzatura non serve nulla di esotico. Un obiettivo grandangolare luminoso, tempi tra 2 e 8 secondi per congelare la struttura delle bande, ISO tra 1600 e 6400 a seconda della luminosità e messa a fuoco fatta a mano su una stella brillante prima che l’evento inizi. Con aurore deboli sull’orizzonte, tipiche delle nostre latitudini, il collo di bottiglia diventa l’inquinamento luminoso a nord più che la sensibilità del sensore, quindi la scelta del sito pesa più di quella della fotocamera.

Guardando avanti, la finestra si chiude il 10 agosto con il ritorno a condizioni tranquille, giusto in tempo per liberare il campo alle due scadenze che davvero interessano il calendario di questi giorni, l’eclissi totale di Sole del 12 agosto e il picco delle Perseidi nella notte successiva. Se AR4504 dovesse evolvere sfruttando la sua complessità beta-gamma, però, una sorpresa geomagnetica proprio a ridosso dell’eclissi non è da escludere.

Fonti

EarthSky, Sun news: Is a CME striking Earth now? (8 agosto 2026)
SpaceWeatherLive, Ovale aurorale
NOAA Space Weather Prediction Center, Aurora 30 Minute Forecast (modello OVATION)
NOAA Space Weather Prediction Center, Planetary K-index
NOAA Space Weather Prediction Center, NOAA Space Weather Scales
Mooney et al. (2021), Evaluating Auroral Forecasts Against Satellite Observations, Space Weather 19(8)

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