Nebulosa Velo: mosaico HDR 3×2 a f/2.2 con filtro multibanda
Sei pannelli ripresi a rotazione in una sola notte di settembre, tre tempi di posa fusi in HDR per tenere insieme i filamenti deboli e le stelle del Cigno, e un filtro multibanda scelto per sopravvivere a un cono di luce f/2,2. Il risultato è un primo passaggio, non un’immagine finita: l’integrazione è ancora largamente insufficiente e l’ho impostata fin dall’inizio per poter essere ripresa identica alla prossima notte limpida.

| Soggetto | Nebulosa Velo (C 33 e C 34), NGC 6960 e NGC 6992, costellazione del Cigno |
| Data | Notte fra il 5 e il 6 settembre 2026 |
| Sito e qualità del cielo | Campagne a est di Ferrara, a ridosso della città |
| Telescopio | Celestron C9.25 con HyperStar, focale 509 mm, f/2,2 |
| Montatura | SkyWatcher AZ-EQ6 |
| Camera | ZWO ASI294MC Pro, sensore Sony IMX294CJK, pixel da 4,63 µm |
| Filtri | Svbony SV240 multi-bandpass |
| Guida | Telescopio guida Skywatcher da 500 mm con ZWO ASI120MM Mini |
| Pose | Per ogni pannello: 10 x 5 s, 16 x 60 s, 8 x 120 s, tutte a gain 120 e sensore a -10 °C. Mosaico di 6 pannelli (3×2), 204 pose complessive |
| Integrazione totale | 3 h 17 min nominali (32 min 50 s per pannello), al netto delle pose mosse scartate |
| Calibrazione | 30 flat (stesso gain e temperatura), 71 bias, 23 dark da 5 s, 22 dark da 60 s, 21 dark da 120 s, tutti a gain 120 e -10 °C |
| Elaborazione | N.I.N.A. 3.2, PHD2 2.6.14, Siril 1.4.4, GraXpert 3.1.0 RC, PixInsight |
Perché questo soggetto
Il Velo è uno di quei soggetti che mette in crisi qualunque setup a focale media: è una nebulosa diffusa molto estesa nella parte sudorientale del Cigno, e il campo del mio C9.25 con HyperStar, per quanto largo, non la contiene. Da qui la scelta del mosaico a 3×2 pannelli, sei tessere in tutto. Non è una decisione presa per amore della tecnica: era l’unico modo per inquadrare insieme NGC 6960 e NGC 6992 alla scala che volevo, senza scendere a una focale più corta e perdere il dettaglio dei filamenti.
La notte era limpida ma ventilata, e relativamente poco umida, in accordo con le previsioni: non è stato necessario accendere la fascia riscaldante, cosa che semplifica la gestione dell’alimentazione sul campo. Il vento invece ha lasciato il segno: alcune pose sono risultate mosse e le ho scartate in fase di selezione, per cui l’integrazione dichiarata in tabella è quella nominale.
Una precisazione sul metodo di ripresa, perché è la parte che secondo me conta di più in un mosaico fatto in una notte sola. Non ho ripreso un pannello alla volta fino a completarlo, ma ho ciclato i sei pannelli a rotazione, ripetendo il giro più volte. In questo modo ogni tessera ha accumulato segnale in condizioni di illuminazione del cielo il più possibile simili alle altre, invece di avere un pannello ripreso a cielo ancora chiaro e un altro nel cuore della notte. È un accorgimento che si paga in tempo perso negli slew e nelle ricentrature, ma che semplifica enormemente il lavoro sulle giunzioni in fase di ricomposizione.
La configurazione e le sue ragioni
L’HyperStar sul C9.25 porta lo strumento a 509 mm di focale e a f/2,2. Su un soggetto esteso e su una notte estiva, in cui il buio astronomico dura poco, un rapporto focale così spinto è quello che rende il mosaico a sei pannelli anche solo pensabile: a f/5 o f/6 gli stessi sei pannelli avrebbero richiesto diverse notti per arrivare allo stesso segnale per pixel. Con i pixel da 4,63 µm della ASI294MC Pro, la scala dell’immagine è di circa 1,9 secondi d’arco per pixel, una scala generosa che su una nebulosa così estesa non è un limite.
Il filtro merita un discorso a parte, perché è la scelta meno ovvia. Il Velo è un resto di supernova, e il suo segnale è quasi tutto concentrato nelle righe di emissione dell’idrogeno alfa e dell’ossigeno doppiamente ionizzato: l’idea di lavorarlo a banda stretta con una camera a colori è naturale. Il problema è il cono di luce. I filtri a banda stretta classici, quelli da 3 o 7 nanometri, sono calcolati per raggi paralleli o quasi: su un’apertura f/2,2 la luce arriva sul filtro con angoli molto inclinati, la banda passante si sposta verso il blu e il rischio è di tagliare via proprio la riga che si vuole raccogliere, con un calo di trasmissione non uniforme sul campo. Il SV240 è un multi-bandpass pensato per le ottiche veloci: le sue finestre di trasmissione sono più larghe di un duo-narrowband tradizionale, e questa larghezza è esattamente ciò che gli permette di tollerare l’inclinazione dei raggi senza perdere le righe utili.
L’alternativa sarebbe stata un filtro a banda larga anti-inquinamento luminoso, ma da campagne a ridosso di Ferrara avrebbe lasciato passare troppo fondo cielo per giustificarsi su un soggetto in emissione; oppure il passaggio a una camera monocromatica con ruota portafiltri, che su sei pannelli e tre canali avrebbe moltiplicato le notti necessarie per un fattore che non ero disposto a pagare. Il multibanda su camera a colori è un compromesso, e va detto: si porta dietro la matrice di Bayer e quindi una risoluzione effettiva inferiore per canale, in cambio della possibilità di chiudere un mosaico in una notte.
La guida è affidata a un telescopio Skywatcher da 500 mm con una ASI120MM Mini, gestita da PHD2. Con una focale di ripresa praticamente identica a quella della guida, il rapporto è favorevole e su pose da 60 e 120 secondi non ho avuto bisogno di forzare i parametri di inseguimento.
La ripresa
Ogni pannello ha ricevuto tre serie di pose: 10 scatti da 5 secondi, 16 da 60 secondi e 8 da 120 secondi, tutti a gain 120 con il sensore raffreddato a -10 °C. I tre tempi non sono una ridondanza, sono i tre ingredienti della fusione HDR: le pose lunghe costruiscono il segnale dei filamenti più deboli, quelle brevi conservano non saturate le stelle più luminose del campo, che in un’area come questa del Cigno sono numerose e brillanti. A f/2,2 la saturazione arriva in fretta, e senza una serie corta il nucleo delle stelle principali sarebbe stato bruciato in modo irrecuperabile.
Durante la sessione è avvenuto il meridian flip, gestito da N.I.N.A. nella versione 3.2. È un passaggio da tenere a mente non tanto per la ripresa, che riprende regolarmente dopo il ricentramento, quanto per la fase di ricomposizione del mosaico: dopo il flip il campo risulta ruotato, e i pannelli ripresi prima e dopo si presentano con orientamenti diversi al momento della registrazione astrometrica.
Ho scelto di lavorare con il sequenziatore legacy di N.I.N.A. invece che con quello avanzato, e la ragione è tutta nella durata delle notti estive. Il tempo di posa accumulabile in una sola notte di settembre è ridotto, e sapevo fin dalla partenza che questa sessione sarebbe stata la prima di almeno due. Il sequenziatore legacy permette di ripetere una sessione replicando esattamente gli stessi parametri di scatto, riaprendo lo stesso file di sequenza. L’unica accortezza, e va presa sul campo perché dopo non si recupera, è annotare con precisione i parametri di rotazione della camera, meglio ancora con degli screenshot: senza quelli, i pannelli della seconda notte non si sovrapporranno a quelli della prima e il lavoro fatto in ricomposizione andrà rifatto da capo.
L’elaborazione
Calibrazione e preparazione dei singoli pannelli
Il punto di partenza è la calibrazione, fatta in Siril 1.4.4 con lo script OSC_Preprocessing. La libreria di dark è organizzata per tempo di posa, con serie separate per i 5, i 60 e i 120 secondi, tutte allo stesso gain e alla stessa temperatura dei light: questo è il motivo per cui ogni combinazione di pannello e tempo di esposizione va trattata come un progetto a sé, con la sua cartella di lavoro. Alla fine di questa fase ci si ritrova con diciotto immagini calibrate, tre per ciascuno dei sei pannelli.
Su ogni pannello ho poi lanciato lo script Python AberrationRemover, per correggere l’aberrazione residua ai bordi del campo: su un sistema f/2,2 il comportamento periferico è la prima cosa che si nota in un mosaico, perché i bordi dei pannelli finiscono nelle zone di sovrapposizione e ogni deformazione si traduce in una cucitura visibile. Subito dopo, rimozione del gradiente con GraXpert 3.1.0 RC, usando l’estrazione del fondo cielo con metodo AI o RBF. Lavorare pannello per pannello a questo stadio è importante: ciascuna tessera ha la sua storia di altezza sull’orizzonte e di inquinamento luminoso, e appiattire il fondo dopo aver ricomposto il mosaico sarebbe molto più difficile.
Chiude la preparazione, sempre in Siril e sempre pannello per pannello, il plate solve seguito dalla Spectrophotometric Color Calibration. Il plate solve qui non serve solo alla calibrazione del colore: le coordinate che scrive nell’header sono quelle che recupererò più avanti, dopo il passaggio in PixInsight.
La fusione HDR in PixInsight
La composizione HDR l’ho fatta in PixInsight, che su questo specifico passaggio resta lo strumento più solido. La sequenza è sempre la stessa per ogni pannello: StarAlignment per allineare i tre tempi di posa fra loro, scegliendo come riferimento un’immagine non satura e applicando l’allineamento con Apply globally; poi HDRComposition sulle immagini xisf allineate, ordinate per tempo di esposizione crescente.
Il passaggio che si tende a dimenticare è il terzo. L’immagine HDR che esce da PixInsight ha perso le coordinate astrometriche, e senza quelle il mosaico non si ricompone. Vanno quindi recuperate con CopyCoordinates, prendendo come sorgente una delle immagini fit su cui Siril aveva fatto il plate solve e come destinazione l’immagine HDR, avendo cura di usare l’opzione Simple Copy. Il salvataggio va fatto in formato fit per tornare in Siril, deselezionando sempre l’opzione Thumbnail Image, che altrimenti confonde la lettura successiva.
La ricomposizione del mosaico in Siril
Con le sei immagini HDR in mano si torna in Siril. Primo passo, verificare di nuovo il plate solve di ciascuna, poi copiarle in un’unica cartella di lavoro e convertirle in sequenza dal tab Conversione.
Il plate solve va poi rilanciato sull’intera sequenza dal tab Astrometria, con il flag di forzatura su tutte le immagini e, soprattutto, con l’opzione di capovolgimento automatico attiva. Questo è il punto in cui un mosaico si rovina in silenzio: il riconoscimento delle stelle si basa su rapporti di distanza fra asterismi, che sono identici sull’immagine originale e sulla sua speculare, per cui il solve può andare a buon fine con residui bassi anche su un pannello orientato al contrario. Con un meridian flip in mezzo alla sessione, il caso non è teorico. Se nonostante il flag un pannello resta orientato male, il posto dove guardare è la keyword ROWORDER nell’header FITS di quella singola immagine.
Segue la registrazione, con metodo Applica Registrazione Esistente: non ricalcola nulla, applica la soluzione astrometrica appena ottenuta, ed è il motivo per cui il plate solve sulla sequenza va fatto prima. Il framing va impostato su Massimo, per espandere il canvas fino a contenere tutti e sei i pannelli. Se il pulsante Stima resta disabilitato, nella quasi totalità dei casi manca un plate solve valido sull’intera sequenza.
Lo stacking finale va fatto con Media con rigetto, che è l’unico metodo che espone le opzioni di fusione del mosaico, normalizzazione Additiva con scaling e rigetto Winsorized Sigma Clipping. Nel sottomenu Image stitching ho attivato la normalizzazione sulle sovrapposizioni, disponibile solo con framing Massimo, e ho tarato la feathering distance sui miei dati: per un mosaico serve un valore più alto rispetto a uno stacking normale, perché nella fascia di sovrapposizione contribuiscono solo due o quattro immagini invece di decine. Il modo onesto di trovarlo è lo strumento Profiling, tracciando una linea che attraversi il bordo fra due pannelli su una zona di solo fondo cielo e osservando a che distanza dal bordo la curva diventa liscia. Come punto di partenza per i test, qualche centinaio di pixel.
A mosaico ricomposto ho controllato le giunzioni: cuciture ancora visibili significano feathering troppo basso, un alone innaturale vicino al bordo significa il contrario. Una leggera passata finale di rimozione del gradiente sul mosaico intero, prima dello stretch, ha eliminato i dislivelli di fondo cielo residui fra una tessera e l’altra.
Limiti e cosa rifarei
Il limite principale di questa immagine è evidente e non ha bisogno di giri di parole: il segnale raccolto è troppo poco. Poco più di tre ore nominali distribuite su sei pannelli significano poco più di mezz’ora per tessera, e su un soggetto in emissione come il Velo, da un cielo a ridosso di una città, è un punto di partenza, non un arrivo. Tolte le pose mosse dal vento, il bilancio si assottiglia ulteriormente.
La soluzione non è rielaborare meglio, è tornare sul campo. Per questo ho ripreso con il sequenziatore legacy: alla prima notte limpida posso replicare esattamente gli stessi parametri di scatto sugli stessi sei pannelli e sommare il nuovo segnale a quello già raccolto. È anche il motivo per cui insisto sugli screenshot dei parametri di rotazione della camera, che in quel momento sono l’unica cosa che tiene insieme le due sessioni.
Questa scheda fa parte della galleria delle immagini e processo di lavorazione.
